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SCULTURA IN LEGNO TIZIANO COSTA ' BANCO DEL PESCE ' dimensioni L 73 x H 101 cm.

Scultura in legno - Titolo " Banco del pesce " by Tiziano Costa . Anno 2018 - Dimensioni L 73 x H 101 cm. Scultura in legni a incastro. Opera con la cornice. Opera Unica - Certificato di autenticità.

Scultura in legno - Titolo " Banco del pesce " by Tiziano Costa .

Anno 2018 - Dimensioni L 73 x H 101 cm.

Scultura in legni a incastro. Opera con la cornice.

Opera Unica - Certificato di autenticità.


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#Tiziano Costa #Scultura #Figurativo #70x100 #Legno

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Descrizione: SCULTURA IN LEGNO TIZIANO COSTA ' BANCO DEL PESCE ' dimensioni L 73 x H 101 cm.


Scultura in legno - Titolo " Banco del pesce " by Tiziano Costa .

Anno 2018 - Dimensioni L 73 x H 101 cm.

Scultura in legni a incastro. Opera con la cornice.

Opera Unica - Certificato di autenticità.

L'arte figurativa riguarda la rappresentazione di immagini riconoscibili del mondo intorno a noi, a volte fedeli e accurate, a volte altamente distorte. Non ha importanza l’estrema fedeltà al reale, purché questo venga in qualche modo raffigurato.

La scultura è l'arte di dare forma ad un oggetto partendo da un materiale grezzo o assemblando tra loro differenti materiali.

Con il termine scultura si indica anche il prodotto finale, ovvero qualsiasi oggetto tridimensionale ottenuto come espressione di ispirazione artistica. 

I materiali tradizionalmente usati nella scultura sono: pietra, argille, metalli, avorio, legno, cartapesta.

   


Tiziano Costa

Tiziano Costa è bolognese doc ma ha… la grave pecca di essere nato nel lontano 1939, più di ottanta anni fa.

Lavora da ormai sessanta anni, il che significa due vite di lavoro. Dopo aver conseguito la maturità classica ha frequentato la facoltà di architettura di Firenze. Durante i primi trent’anni di lavoro si è occupato di pubblicità realizzando in qualità di grafico numerosissimi disegni e marchi per note ditte anche di livello internazionale, mentre nei trent’anni seguenti si è dedicato all’editoria, curando personalmente la grafica dei libri. Da oltre quarant’anni fa anche lo scrittore (e non ha ancora smesso) raccontando la città sotto la sigla di “C’era Bologna”. Ha scritto e pubblicato più di duecento titoli, spesso venduti insieme al giornale Il Resto del Carlino e si è conquistato una vasta platea di lettori.

La cosa che lui ritiene più importante è la creatività, il fare sempre cose nuove con entusiasmo anche sacrificando il suo tempo libero… che libero non è mai. Questa “smania” di creare lo ha spinto a fare altre cose oltre il suo consueto lavoro.

Non dimenticando mai il suo coinvolgimento nell’architettura, nel corso degli anni ha progettato un grande numero di ville, restaurando spesso antichi ruderi cadenti che, invece di demolire, ha riportato con estro alla vita, tanto da suscitare ammirazione non solo tra i committenti ma anche tra qualificati professionisti. Ma non è finita qui.

Appassionato fin da bambino ai lavori di legno e dotato di naturale manualità costruttiva, negli anni ’70 cominciò a fare legni d’arte, non i soliti intarsi, ma composizioni tridimensionali di legni duri e rari. Mentre si dedicava con successo a questa sua passione e proprio mentre stava realizzando lavori per una mostra che aveva in progetto di fare, un gravissimo incidente d’auto lo inchiodò per quasi un anno su una sedia a rotelle impedendogli di camminare ed anche di lavorare il legno, e proprio per questo si mise a scrivere libri… perché quelli si fanno seduti.

Ora dopo quarant’anni ha ripreso questa attività interrotta e lavora con entusiasmo “giovanile”. Di recente ha fatto due mostre. La seconda dentro la basilica di San Petronio sulla piazza di Bologna. La mostra è stata vista da duecentomila persone, molte delle quali hanno fatto lodi entusiaste alle opere.

I suoi nuovi lavori di legno si presentano come bassorilievi policromi per le tante varietà di legni impiegati e ostinatamente cercati tra gli importatori di legni esotici. Infatti i legni che compongono le opere sono rigorosamente usati col colore naturale e mai colorati artificialmente e questo comporta una continua ricerca di legni sempre nuovi ed anche rari per sfruttare le venature naturali.

I suoi “legni” rappresentano attualmente l’impegno più entusiasta e va dicendo che questo è ciò che vuole fare “da grande” anche perché, dice lui scherzando, non ha assolutamente tempo per morire e per questo ha mandato un SMS… su in direzione pregando gli addetti di mandare avanti la fila perché lui non ha fretta.


VEDI LE OPERE DI TIZIANO COSTA



Storia di un ottantenne

che «da grande»

vuol fare lo scultore.

di FRANCO BASILE

Classe 1939, dice che da grande vuol fare lo scultore. Tiziano Costa è tra coloro che fanno del sorriso una questione terribilmente seria. Sa bene che la coda per timbrare l’ultimo cartellino si assottiglia sempre  più, ma lui, gentilmente, lascia passare chi gli sta dietro, darebbe la precedenza a tutti. Non per una questione egoistica, ma perché ha ancora un’infinità di cose da fare, da dire e da scrivere dato che la sua attività principale è quella di scrittore con all’attivo più di duecento libri. La vicenda umana – la storia è vecchia –  è un cerchio destinato a chiudersi e la vita, per quanto a lungo possa durare, finisce sempre troppo presto. Si giunge all’età dei rimpianti senza nemmeno accorgersene, si pensa a quello che si sarebbe potuto fare, al tempo che resta per realizzare un sogno, a quello che si sarebbe potuto dire a persone particolarmente care. A chi, infine, ci è sempre vicino e al quale non si è avuto il modo, o il coraggio, di dirgli quanto lo abbiamo amato. C’è chi affida la propria esistenza a un coro di illusioni, e chi invece non si accontenta di vedere le cose con la fantasia, ma le vuole vivere, toccare, ricordarle per sempre trasformando la memoria in un fermo-immagine del tempo. Il cerchio si chiude, è giunto il momento dei bilanci? Non per Tiziano Costa il quale non ha nessuna intenzione di tagliare le radici del ricordo e cedere il passo all’illusione di chissà cosa. Per lui il passato non è un vuoto a perdere, un carico superfluo di cui sbarazzarsi, la cancellazione di qualcosa che appartiene a un uomo che non ha mai smesso di sognare.

Adesso c’è di mezzo un progetto, quello legato alla questione scultura, si staglia nella mente di Tiziano l’idea di quello che farà da grande. Che non è proprio un progetto visto che manipola il legno da una quarantina d’anni. Una passione, semmai, in attesa di un riscontro che nemmeno lui sa in che modo potrà manifestarsi. Ma ha importanza tutto questo elucubrare? Nel frattempo molti della famosa coda gli sono passati davanti, così ha potuto allungare il passo lungo territori dove i desideri viaggiano a propulsione onirica. Ora, più che un sogno, la pratica scultorea è realtà, fatta di divagati inganni, sì, ma proprio per questo vissuta sul pelo di emozioni dirette, composte di alacre incidenza. Da grande vuol fare lo scultore, d’accordo, nel teatro della creatività intende svolgere un ruolo tutto suo dando forma alla giovinezza di un passato un po’ attempato in senso anagrafico, eppure denso di futuro. Tiziano Costa trattiene nel cuore il senso di un tempo lungo, un domani composto di fibre, cerchi, profumo di resina, di legni speciali, forti, inattaccabili, dai colori indelebili.

A quattro anni sapeva già scrivere, gli aveva insegnato una maestra di Pracchia dove si era trasferito con la famiglia per sfuggire ai bombardamenti. Era il 1943, la cittadina toscana rappresenta, nel diario di bordo dei Costa, uno dei ventidue traslochi affrontati per tenersi lontani dalla guerra. Natale era a tiro, i desideri avevano la cassetta della posta sotto il cuscino e Gesù Bambino, raccontavano i grandi, era addetto allo smistamento dei messaggi inviati dai più profondi conoscitori di favole, i bambini che vivevano l’evento in tutta la sua indescrivibile meraviglia. Babbo Natale a quei tempi era un’esotica inesistenza, del barbuto vecchione vestito di rosso non v’era traccia, né lo si doveva citare. Per l’ideologia di allora era una specie di fuorilegge. Tiziano, a distanza di settantacinque anni, conserva il messaggio inviato a Gesù. C’è tanto di data con numeri un po’ malfermi (da uno di quattro anni non si poteva pretendere di più), c’è il nome della località, la richiesta del dono, la firma e il disegno dell’oggetto desiderato. “Bambino portami una sega”, si legge, con la firma in grande, proprio sopra il disegno dell’attrezzo desiderato. Già allora Tiziano deve aver cominciato ad amare il legno se, come fa pensare la richiesta al Bambino, intendeva trattarlo, trasformarlo a proprio piacimento. Era l’inizio, o la continuazione di un gioco che il piccolo avrebbe preso molto seriamente, come serio doveva essere il sorriso da unire ad ogni suo gesto.  

Padre, madre un fratello ed egli stesso avevano trovato rifugio in una zona dove c’era molto verde. Bastava poco per prendere contatto con la vastità di un mondo che ancora oggi egli continua a vivere nei ricordi, nelle visioni che continua a tener dentro di sé. Il silenzio era smosso da rari passaggi, ora un vecchio contadino, ora la fuga di una volpe, ora un battito d’ali. E’ un passato che si ripropone senza limiti, che racconta nei suoi scritti, che riscrive sui legni tra sentimento e invenzione.  I Costa si erano sistemati in una bella dimora, troppo vicina però a un deposito di carburante per sentirsi al sicuro. Così sono cominciati gli spostamenti che li hanno portati da un punto all’altro dei monti, a cavallo tra la Toscana e l’Emilia.

Per Tiziano i boschi occupavano spazi sterminati non solo tra le alture, ma soprattutto nei suoi pensieri, mentre le case gli sembrava contenessero personaggi di fiaba. Per lui i castagneti erano foreste popolate di sogni, gli alberi racchiudevano ombre e nei cerchi dei tronchi si svolgevano storie che la mente metteva al sicuro sotto lo strato corticale di un albero vecchio di centinaia d’anni. Era forse l’effetto prodotto dalle albe delle meraviglie a far galoppare la fantasia del piccolo Tiziano, era quel senso magico delle cose stabilito dai piccini che hanno la facoltà di giocare con tutto quello che l’esistenza propone.

Era facile fantasticare sotto la dettatura del tempo, con elementi fatti di segni e strie, di cerchi e fibre che trasmettevano i segni dell’età. A poco a poco, sollecitati dalla luce e da richiami misteriosi che giungevano dal limitare del bosco, affioravano figure, o le costituivano rami e tronchi come ragnatele di un visibile fatto di rettangoli d’erba, di trasparenze, di immagini soffuse d’aria in uno sfondo di ocra e di verdi imbruniti. Queste sensazioni Tiziano se le porta dietro da sempre, le custodisce con la stessa cura con cui ha tenuto nella cassetta delle cose più care la lettera inviata al Bambino. Che cosa appare di queste lontananze nei racconti che tratta sul legno? Molto, scolpire, in fondo, è un gioco di rimandi che nell’esercizio artistico è anche un modo per recuperare il passato, un modo di trasformare il ricordo senza costrizioni, di abbandonarsi ai valori di una classicità che porta a pensare al futuro. Per Tiziano il legno racchiude il valore del tempo, che è simile a un cerchio dove batte il cuore dell’evocazione.

E’ dalle tracce lasciate dall’uomo, dai lasciti della natura che Tiziano trae le sue certezze, così come nelle forme di eventi trascorsi e lungo le vie della natura va ricercata buona parte della sua vicenda. In fondo, il legno non ha mai smesso di farsi tramite di un’estetica che riconduce all’evocazione, e alla stessa natura, secondo un’azione di reciproche influenze.

Tiziano Costa è un artista sincero, di quelli che manifestano una profonda adesione a un sentimento estraneo a mode e svagate trasgressioni. Con i suoi legni non intende imbonire alcuno, e tanto meno se stesso. I suoi lavori sono racconti in rilievo, storie messe insieme pezzo dopo pezzo, come un mosaico di chiaroscuri, di incavi, di forme che sottendono l’idea di un mondo ritrovato. Nell’assemblare i propri sogni su una tavola di legno, forse immagina le radici di un albero che artiglia la terra, rivede quello che aveva visto da fanciullo, il sottobosco come un vello morbido, un estendersi del verde fatto di erba e di muschio. Nel legno ci sono tutti i suoi abbandoni, i lasciti di una poesia che ignora calligrafismi ed epidermiche ricercatezze. C’è meditata manualità nel suo esercizio, un accarezzare fibre, nodi e strie, che è il modo per distribuire, fra gli incastri, il piacere di sfiorare le cose con i disegni del tempo.

Il sentimento non è retorica, diceva un vecchio artista che in più di un’occasione si era mostrato contrario alle manifestazioni di dinamismo moderno che non prevedevano spazi ai ricordi. Il cerchio che racchiude vicende, pensieri e progetti di Tiziano Costa ha un raggio molto ampio. Il tratto dell’arte, quello, per intenderci, delle espressioni lignee, ha un inizio figurativo, ancorché sfumato via via nel succedersi del tempo da trasparenze natural-simboliste. Scolpire legno e plasmare terra erano il divertente sottofondo di una vita che i genitori gli avevano indicato, prima di tutto, nel quadrante degli studi. Molte idee gli ronzavano nel cervello portandolo a una radicale discontinuità nella trama delle abitudini e delle convenzioni che, ai suoi occhi, smuovevano lo scorrere monotono dei giorni. Ma non aveva modo di annoiarsi, doveva soltanto trovare angoli personali dove ritagliare figure da applicare ai sogni. C’è sempre riuscito, è stato capace di crearsi un mondo personale in cui anche la memoria della cosa più semplice diventa importante, come un’impronta da battere con la voglia di continuare a mettere insieme blocchi di legno in base a un gioco dove il sentimento si trasforma in luce e colore.

Ritratti, paesaggi, vedute di Bologna, i mercati, i portici. Il repertorio non è vastissimo, anche perché non era ancora sufficientemente grande per dedicarsi full time alla scultura. E poi c’erano i libri, le ricerche nelle biblioteche, la raccolta di documenti e fotografie, doveva scrivere e fare l’editore. Appena poteva, comunque, prendeva in mano un pezzo di legno e da un bozzetto ricavava un nudo di donna con sullo sfondo un metafisico filare d’alberi, oppure ritraeva se stesso su un piano levigato, oppure da un pertugio raffigurante la toppa di una serratura lasciava filtrare lo sguardo di un intruso morso dalla curiosità. Come l’esistenza, pure l’arte è composta di cerchi. Il figurativo per Tiziano è una parentesi che ad un certo punto si è chiusa per dar spazio a una ricerca che, da elementi organici, ha trovato  applicazione in opere la cui struttura geometrica (con intenti naturalistici) avrebbe trasmesso forte carica vitale alle composizioni. In questo c’è come un riferimento al gruppo Unit One, laddove il passaggio dal reale all’astratto ricorda l’azione di personaggi come Ben Nicholson, Barbara Hepwort, Jean Hélion, a quegli artisti che da un’acuta attenzione al particolare sono passati alla concentrazione ideale del visibile modernizzando i rapporti con la tradizione attraverso l’allontanamento da ogni rapporto con la realtà.

Ora anche il cerchio dell’astrazione sembra volgere al termine. O, quantomeno, è sotto osservazione dopo che Tiziano ha ripreso confi - denza con racconti in chiaro, vedi un grande pannello dove è raffigurata una scena del Portico dei Banchi di Bologna dove una volta si cambiavano le monete. Un ritorno all’amata città con l’inclusione di un momento particolare, quello della processione della Madonna di San Luca. Ancora una volta, eccoci dunque alla trattazione di memorie rivissute dopo una lunga preparazione. Per una fantastica verità, avrebbe detto Rafael Alberti, per un lirismo evocativo accompagnato a un innato senso strutturale.

Lo studio di uno scultore ha normalmente finestre luminose sul verde o sul rincorrersi dei tetti che Bologna, col suo vermiglio, offre a profusione. Tiziano Costa non ha finestre, vive in una casa dove i piedi della collina puntano contro il limitare di una grande arteria, i cui rumori si perdono prima di varcare l’ombra di un grande giardino. Costa ha ricavato il laboratorio in un grande sotterraneo dalle volte formate da mattoni. Qui, come un antico filosofo, resiste alla durezza del mondo. I muri sono ciechi, ma lui vede tutto con la mente, tenendo le mani sugli occhi rivede cento e cento sequenze della propria vita. Le pareti sono piene di chiavi dalle più svariate forme, ci sono cataste di libri, torchi, stampe, tavoli e tavolini. Unica testimonianza del presente un computer tenuto dietro un vecchio attaccapanni di ferro. Le sculture le fa in un angolo a parte, con una porta che si apre dopo aver azionato un chiavistello grosso come una clava. Tenendo gli occhi chiusi, inscena con la mente uno spettacolo senza inizio e senza fine. Qui fa quello che vuole, è come giocare, riprendere i fili di una fanciullezza un po’ attempata, ma sufficiente a fargli dire che da grande farà lo scultore.  

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