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ACRILICO SU TAVOLA MARIE LAURE COLASSON 'STRUTTURA DISSIPATIVA B' dimensioni L 40 x H 40 cm.

Acrilico su tavola - Titolo 'Struttura dissipativa B " by Marie Laure Colasson . Anno 2020 - Dimensioni L 40 x H 40 cm. Quadro con cornice. Opera Unica - Certificato di Autenticità.

Acrilico su tavola - Titolo 'Struttura dissipativa B " by Marie Laure Colasson.

Anno 2020 - Dimensioni L 40 x H 40 cm. Quadro con cornice.

Opera Unica - Certificato di Autenticità.


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#Marie Laure Colasson #Pittura #Astratto #40x40 #Acrilico su legno

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Descrizione: ACRILICO SU TAVOLA MARIE LAURE COLASSON 'STRUTTURA DISSIPATIVA B' dimensioni L 40 x H 40 cm.


Acrilico su tavola - Titolo 'Struttura dissipativa B " by Marie Laure Colasson.

Anno 2020 - Dimensioni L 40 x H 40 cm. Quadro con cornice.

Opera Unica - Certificato di Autenticità.

La pittura è l'arte che consiste nell'applicare dei pigmenti a un supporto per lo più bidimensionale, come la carta, la tela, la ceramica, il legno, il vetro, una lastra metallica o una parete. Il risultato è un'immagine che, a seconda delle intenzioni dell'autore, esprime la sua percezione del mondo o una libera associazione di forme o un qualsiasi altro significato, a seconda della sua creatività, del suo gusto estetico e di quello della società di cui fa parte. Chi dipinge è detto pittore o pittrice, mentre il prodotto finale è detto dipinto.


Marie Laure Colasson

Pittrice francese, nasce a Torino nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi, Buenos Aires, Bruxelles, Torino, Roma, insegna danza classica e pratica la coreografia di spettacoli di danza contemporanea. Scrive poesie in francese. È di prossima pubblicazione la raccolta Les choses de la vie.

Il termine «struttura dissipativa» fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, spostando l’attenzione dalle situazioni statiche e di equilibrio studiate fino ad allora, a quelle dinamiche ed instabili, contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità.

Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando sono attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).

Marie Laure Colasson intende la pittura come uno spazio figurale, una «struttura dissipativa», una struttura complessa di forme e colori soggetta a biforcazioni e deviazioni non lineari che opera all’interno di un «sistema aperto» per eccellenza quale è lo spazio. Nello spazio il «processo conglobativo» si ripete trilioni di volte con una serie di variazioni pressoché infinite. Il linguaggio figurale della Colasson recepisce l’idea dello spazio figurale come la struttura tipica della complessità dell’ipermoderno.

Il discorso sulla verità e sul senso della pittura ancorata ad un concetto di mimesis è stato derubricato e sostituito da un discorso sulla vertigine e sulla reversione della profondità in superficie, dell’originale in simulacro, dell’ordo rerum in ordo idearum, in ordo phantasmaticum. Il discorso sul senso si è rivelato un similoro, un falso, un ideologema. La superficie, il simulacro, l’illusione, l’abbaglio sono gli avatar della figurazione colassoniana. Tutta la strategia della nuova figuralità è di portare le cose alla mera apparenza del loro insorgimento, di farle irradiare e consumarsi nel gioco dell’apparenza e della dis-apparenza.

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                                                                                                                  Sulla pittura di Marie Laure Colasson

Marie Laure Colasson (nasce a Torino il 14 dicembre 1955), ha alle spalle un probantissimo lavoro di costruzione lessicale nell’ambito di un’astrazione geometrica carica di invarianti, mette lo spettatore con le spalle al muro con questa nutrita serie di collages e di strutture dissipative. Non c’è in queste opere di affascinante tenuta una stilla di condiscendenza, quanto un entusiasmo ritmico-cromatico, una volontà di costruzione continuamente disarticolata dall’interno in attesa di un evento che sta per accadere, inevitabile, quasi una narrazione per morceaux, insieme puzzle e polittico.

I frammenti di mondo, ricomposti e obbligati a esprimersi in un’altra lingua, sono come ripescati da una qualche profondità misteriosa sorpresa da un vortice. È come se tutto fosse attraversato da una sorta di apocatastasi cui si oppone tuttavia una muscolatura di rilevante solidità dinamica, in cui la stessa inquietudine non si sterilizza in sé, per farsi invece profonda passione per la vita.

Vi alitano dentro lo spirito di Kandinskij e la potenza operaia di Léger, rimessi in circolo in questo enigmatico viaggio volumetrico-coloristico da una serie di spinte illocalizzabili. Non c’è niente di contemplativo e di riposante in queste opere di straordinaria vitalità e di ferma intelligenza. C’è, al contrario, la volontà inesausta di misurarsi senza infingimenti con un universo di rapporti violentemente squilibrato, cui non è più plausibile fornire alibi che ne mettano tra parentesi le lacerazioni sanguinose. Sarei tentato, sulla suggestione di un pensiero materialistico che in questa suite mostra la sua energia in un dispiegarsi di assetti formali assolutamente anti-mimetici e anti-narrativi, di richiamare in pista quella categoria di «politicizzazione dell’arte» in termini di puro linguaggio – appunto – della contraddizione e del conflitto, che ha costituito l’asse della riflessione teorico-pratica di Brecht-Bnjamin in tempi lontani che sembrano continuamente riaprirsi. 

Marie Laure Colasson ama in pari misura i fulgori cromatici più inattesi e il montaggio animoso delle sue tranches. I rossi, i blu, i viola, i bianchi, i cromo lampeggianti, i neri così mal tollerati dagli impressionisti, e che nel Novecento hanno assunto nuova dignità e dimensione significante, sono tuttavia per l’energia del suo sguardo pensante non luoghi di un altrove deresponsabilizzato, ma stazioni di un’indagine nella cui chiarezza si annida un grumo di oscurità irrisolta. È la dannazione dialettica di tutte le forme di un’arte adulta che si assuma l’onere di una rinuncia all’innocenza e ad ogni (colpevole) ingenuità. Ed è, insieme, la sua liberazione, ottenuta grazie al rapporto paritetico che si stabilisce tra i possibili scenari-fondale e il groviglio in close-up delle varie fisiologie bloccate in uno spazio sempre a rischio di rottura. Il colore splende. La struttura ne assorbe la fantasmagoria. E il gesto risoluto e oculato di Colasson ne porta a sintesi gli spezzoni «realistici» ritagliati dal magma come impeccabile riciclo dei dettagli e degli scarti, i lampi lirici mai evasivi e invece invariabilmente dinamici, realizzati su nove fotografie-work dello scomparso amico e fotografo Alfonso Priori, che omaggiano la danza, praticata in gioventù dalla pittrice, nella sua fatticità e nella sua leggerezza, e le valenze oniriche, non di rado prossime all’incubo, che compongono sulla masonite una sorta di cosmogonia nutrita e potenziata dalla sua stessa splendida crudeltà. 

(Mario Lunetta, Accademia Platonica, settembre, 2010)

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